Minacce continuate da giorni, alla fine un collega esasperato sfregia con la penna l’altro e chiama la polizia
Ingegneria a Cassino, dalle minacce alle mani, 1 ferito
La storia è di quelle che non vorrei mai raccontare, perché appartengono più al mondo bambinesco e ribelle della scuola, che a quello maturo e rigoroso dell’università, specialmente in una facoltà come Ingegneria, dove a prevalere dovrebbe, dico dovrebbe, lo studio, senza lasciare alcun posto alla violenza da stadio o a intimidazioni.
Preferisco non fare, per rispetto di tutti, i nomi di nessuno dei due protagonisti della vicenda, anche se uno lo conosco personalmente.
Ore 13.00 circa di oggi, primo piano della facoltà. Dal bagno esce un ragazzo, maglietta imbrattata di sangue, rivoli rossi che scendono dal viso.
Un altro, l’aggressore, è chiuso dentro, cellulare in mano, chiama a gran voce la polizia.
Anche se in questo caso parlare di aggressore e aggredito è relativo.

Il gesto è grave, gravissimo, se solo la punta della penna si fosse avvicinato al collo e alla giugulare le conseguenze sarebbero state più gravi, questo va detto e ribadito.
Ma non si potrebbe fare un’analisi accorta della vicenda se non si spiegasse il perché si è arrivato a cotanta violenza.
Minacce verbali, senza motivo, perpetuate da giorni e giorni. A lezione, fuori lezione, nei corridoi della facoltà. Il gioco del bullo che vuole a tutti i costi il caprio espiatorio, farsi bello con gli amici, dimostrare la sua superiorità con uno che nemmeno conosce.
Alla fine, l’esasperazione e la vittima del bullismo reagisce (a difesa, dice lui, ad un tentativo di strangolamento), sfoderando la penna e colpendo alla cieca.
Le macchie di sangue sul pavimento testimoniano l’assurdo epilogo della storia, peraltro condita dall’assoluto immobilismo di ragazzi e in