Il voto per il referendum per la procreazione assistita, (referendum che, in un modo o nell’altro, passerà alla storia), esordisce in modo blando, come previsto.
Poca, infatti, la gente alle urne fin dalla mattina, e subito scatta la noia.
Il presidente fa un giretto per il corridoio, le due scrutatrici sbuffano per il non far niente, la segretaria parla al cellulare.
Per fortuna il sottoscritto, previdente come non mai, evita di cadere nella noia ricopiando degli appunti universitari (e sì, ho portato con me gli appunti dello
Zio al seggio!!!).
Le ore passano, l’urna è semivuota. Nonostante la calma apparente, non sono comunque mancati momenti di piccole preoccupazioni.
I rompiballe non mancano mai, infatti, nemmeno alle consultazioni ‘tranquille’ come i referendum, e così un signore sulla mezza età, dopo aver votato, salutato ed essere uscito dal seggio, ritorna sventolando la tessera elettorale:
”Qua non mi avete messo il timbro, qui leggo 2004”. Macchè, è 2005 bello e buono, solo che in parte sbiadito. Nazarena si fa prendere dal panico e subito mette un altro timbro. Io, un po’ avvezzo ai perfezionisti e ai critici, vado vicino al signore e gli spiego che in realtà aveva letto male, e la data era giusta: il signore si scusa e con un sorrisino dice che non aveva gli occhiali e aveva confuso i numeri.
Insomma, avevo preso in mano le redini della situazione, con buona pace del presidente, finora rimasto spettatore della vicenda.
Con la calma di un arbitro pronto a sfoderare il cartellino giallo, Stefano bacchetta Nazzarena: “Non dovevi mettere un altro timbro, se ora quello se ne accorge e ritorna, che gli diciamo?”.
Comunque, per la cronaca, l’elettore con la puzza sotto al naso non è più ritornato.
Ritorna la noia, mi alzo dalla sedia e comincio a girovagare per la stanza e il corridoio come un’anima in pena: il presidente mi affibbia il compito di prendere il giornale. Subito accetto: qualche minuto per divagarsi un po’ e fare qualcosa è indispensabile come l’acqua nel deserto.
Al mio ritorno Monica (questa volta con una maglietta piuttosto accollata, peccato) si inventa maga e con il pendaglio appeso alla sua collana, a mo’ di chiromante, legge le mani ai componenti del seggio, per indovinare quanti il sesso e il numero di figli che avrà ognuno.
Il Presidente, quarantenne single, avrà la bellezza di quattro figli (tre maschi e una femmina), Rita e Nazzarena hanno già dato (tre maschi e due femmine, rispettivamente).
“Quante stronzate” esclamo, scuotendo la testa. Ma poi, per curiosità, mi sottopongo al test: due figli, un maschio e una femmina, ‘la classica famigliola italiana’, come dice la segretaria.
Mi viene a trovare l’immancabile Ludik (si parlerà dello scarso risultato fino a quel momento e da lui il monito: “Gallé” - ‘e’ larga, larghissima – “fai il tuo dovere, fai il segno della croce sul sì”), e scatta nel frattempo l’ora della pausa pranzo. Ben un’ora e mezzo di permesso fuori dal seggio, un enormità (al massimo le volte precedenti mi avevano concesso un’oretta scarsa).
Ne approfitto per parlare ancora un po’ con
Ludik, per farmi un giretto e chiacchierare con l’amica Paoletta (compagna di classe ai tempi della ragioneria), tornare a casa, cambiarmi e rifocillarmi un po’. E anche per andare a votare.
E chi ritrovo? La presidente della mia prima volta da scrutatore, al precedente referendum per l’articolo 18. E subito aveva parlato (e sparlato) di quell’incredibile votazione, tra il
caldo soffocante,
lo sbaglio dei morti e il rumorosissimo
ventilatore.
“Ecco il ragazzo del ventilatore”, mi presenta alle belle e giovani scrutatrici del suo seggio.
Che figuraccia...
Finisce la pausa pranzo, si ritorna a lavorare (si fa per dire). Sento le palpebre pesanti, ho bisogno di un caffè: meno male che c’è quello preparato da Monica, e ancora fumante conservato nel termos ‘produzione propria’ della ditta del marito.
Il caffè, unito alle pastarelle di lì a poco portate dalla simpatica segretaria, riscuote subito il successo dei tre seggi del corridoio.
Strano, arriva gente, la prima coda (tre persone in fila) della giornata coincide con l’arrivo di Zio (quello del quaderno degli appunti), votante, per l’appunto nel seggio dove ero scrutatore.
Peccato, mi sarei voluto fermare un po’ per fare due chiacchiere.
Pochi minuti, e si ritorna nella quiete assoluta. Leggo un po’, e quasi finisco, il libro di Melissa P. ‘
Cento colpi di spazzola’, portato da una conoscente della segretaria: “Mi sono fermata alle prime 30 pagine” ha detto, piuttosto schifata e imbarazzata, “non ce l’ho fatta: non fa altro che fare quello, non si può, è troppo”.
Di tutt’altro parere il presidente Stefano: “E’ un libro che, anche se in modo diverso, può insegnare qualcosa. Senz’altro da leggere”.
Mi immergo nella lettura, e devo dire che non è tutto ‘sto scandaloso, a parte qualche orgietta (Melissa – o chi per lei – si dà da fare molto bene), e qualche particolare da letteratura erotica.
Nulla da dire sul resto della giornata, e nemmeno sulla giornata seguente: poca, pochissima gente.
Si chiude la votazione, c’è lo spoglio (ritardato in maniera a dir poco irritante dal presidente, che ancora doveva finire di firmare le due copie del verbale), e, aiutati dalla rappresentante di lista (e ostacolati, bisogna dirlo, dal presidente, che non contento fa un assurdo doppio conteggio) finiamo , ultimi nel Virgilio, lo spoglio alle cinque e mezza.
C’è anche il tempo di una scommessa col Presidente circa il numero di schede da lui contate (scommessa da me persa alla grande) e i saluti finali.
Alla prossima volta, speriamo.