sabato, 28 giugno 2003

Abito all’ultimo piano. D’estate batte il sole sul tetto da quando sorge a quando tramonta. Non ho l’aria condizionata. Il bagno non è grandissimo, cosicché quando faccio la doccia faccio la sauna allo stesso momento e quando esco sto più sudato di prima. Fuori dei pasti, le uniche cose che metto in corpo sono ghiaccioli e acqua. Bevo da solo tre bottiglie d’acqua al giorno. Tra me e mia madre finiamo un pacco da otto ghiaccioli in due giorni. Vorrei tanto andare al mare, ma sono costretto ad esercitarmi al computer perchè tra qualche giorno ho l’esame di informatica. Il processore del mio pc è un Athlon, che raggiunge temperature intorno ai 60°. Non vi dico la sensazione che si prova quando si entra nella mia stanza surriscaldata, se esco fuori fa meno caldo. Sul mio deodorante spray sta scritto “non esporre a temperature superiori a 50°”. Per evitare problemi, l’ho messo in frigo.
Non ce la faccio più!!!!!
P.S. la faccenda del deodorante è una cazzata, per ora lo tengo in bagno a mio rischio e pericolo, sperando non scoppi.
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Riccardo Galletti alle ore |
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giovedì, 26 giugno 2003
La scomparsa del prof. Balzano, docente di Analisi ad Ing. Meccanica, che ho appreso ieri l’altro a inizio lezione di Fondamenti di Informatica II, mi ha scosso un po’. Ma forse la cosa più triste, in avvenimenti così spiacevoli, è trovare un clima di indifferenza; nessuno mi aveva avvertito, né aveva nemmeno accennato l’argomento. Non lo conoscevo bene il prof.: lo avevo incontrato, la prima volta, al test d’ingresso, un anno e mezzo fa; vestito sportivo, ciabatte ai piedi, all’inizio non lo avevo nemmeno scambiato per un insegnante, nella mia antiquata ottica secondo la quale tutti i prof., specie ad Ingegneria, dovevano vestirsi di tutto punto, eleganti, cravatta e ventiquattrore. Di lì in poi pochi altri incontri, come in alcune lezioni del corso di Analisi Due: era gennaio, qualche giorno prima della memorabile quanto eccezionale nevicata a Cassino e dintorni che paralizzò il traffico sulla superstrada per diverse ore. L’evento, abbinato al mancato superamento del primo modulo di Analisi mi costrinse ad abbandonare il suo corso. Qualche settimana dopo, sofferente, dovette lasciare la cattedra. Poi più nulla, fino alla notizia di due giorni fa. Altro non voglio dire, meglio un doveroso silenzio.
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lunedì, 23 giugno 2003

Fate attenzione alla banconota qui a sinistra, per adesso non è nei vostri portafogli ma in un futuro, speriamo prossimo, lo sarà. È il bozzetto che ha vinto il concorso organizzato dal sito
Banconote.it, e che verrà presto consegnato al governatore Duisenberg. Se la Banca Centrale Europea accogliesse la richiesta di emettere biglietti del valore pari all'unità della nuova moneta, sarebbe questa l’immagine delle banconote presenti nei nostri portafogli al posto di tante ingombranti e soprattutto pesanti monetine. A dire il vero, mi aspettavo qualcosa meglio, avrei preferito un immagine diversa, magari un personaggio storico, anziché i soliti archi e portali, troppo simili alle (brutte) immagini rappresentate sulla faccia anteriore dei biglietti di taglio superiore. Ma alla fine, belli o brutti, pensiamo a conquistarli, questi biglietti, cosa più importante. Perché, come scrive un imprenditore italiano che vive da anni in Germania - non è giusto che gli americani abbiano i biglietti da 1 dollaro e noi europei non possiamo avere quelli da 1 euro. Qui paragoni con l’Inghilterra, con la sterlina dal grande valore e in cui il ‘pezzo di carta’ più misero vale 5 sterline, non li vogliamo. Per una volta, un giusto esempio dall’altra parte dell’oceano, noi europei americanizzati in tutto e per tutto, non lo vogliamo seguire. Ma perché?
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Nel condominio dove abito regna il menefreghismo più totale. Sono quasi due settimane, ormai, che si è fulminato la lampadina nell’abitacolo dell’ascensore: tutti si lamentano, il disagio di sente. La sera, soprattutto chi ha paura del buio, si preferisce salire a piedi, farsi tre o quattro rampe di scale piuttosto che quei 10 o 15 secondi nel fitto buio di un ambiente un metro per un metro: “e si si blocca l’ascensore, come faccio?”, si pensa, perché la luce dà più sicurezza, il non vedere ci terrifica e ci blocca. Ma ci fosse stato uno, dico uno, che si fosse degnato di alzare la cornetta e avvertire l’amministratore del guasto. Non ne parliamo proprio di intervenire di persona, svitare una lampadina lo potrebbe fare anche un bambino, ma nessuno si accolla, più che la spesa, il ‘fastidio’ della riparazione. Per orgoglio o strafottenza, chi con la scusa di abitare al primo piano, che con quella di salire abitualmente le scale a piedi (in questa categoria mi ci metto anch’io) nessuno si prende al briga di sbloccare la situazione. Il lato positivo della faccenda è che si sale più spesso a piedi, piccolo ma salutare movimento, troppo spesso dimenticato in favore del più comodo ascensore: ma basta questo per sopportare tutto ciò?
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Riccardo Galletti alle ore |
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Ma come?
Unicastudenti.it, il sito gestito dagli studenti dell’Università di Cassino, non c’è più , il dominio è scaduto!!! E adesso da dove scarico gli appunti?
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Riccardo Galletti alle ore |
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sabato, 21 giugno 2003
Allenamento m. bike del 21 giugno 2003:
percorso: Gaeta – Formia centro – Trivio – Castellonorato – Gianola e S.Janni - Formia centro - Gaeta
difficoltà : media; distanza totale: 45.5 km velocità media: 19.4 km/h;
velocità massima: 58 km/h;
tempo totale: 2 h 21';
note: ritorno in sella dopo quasi due mesi, e scelgo un percorso non facile, con la dura salita di Trivio e poi di Castellonorato. Durante la 'scalata' solo una pausa, ritmo non velocissimo ma costante nonstante il solleone.
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venerdì, 20 giugno 2003
IL GRANDE FLOP
Terza ed ulitma parte: quattro gatti e lo spoglio super - veloce…
L’ultima giornata di voto è segnata dalla relativa tranquillità (direte voi: come se nel precedente ci fosse stato tanto da fare…): pochi votanti, nessuna situazione “imbarazzanteâ€, calma piatta totale. La tenue speranza di raggiungere il quorum covata da alcuni è morta e seppellita, cosicché alla domanda “Come va l’affluenza?†rispondo con un sorrisetto, più che con parole vere. Viene a votare un disabile con accompagnatore: è un certo Bernardino, lo stesso di cui mi aveva parlato un mio amico, cui ai tempi del militare aveva fornito assistenza. La prassi qui è un po’ complicata, c’è da segnare, oltre al numero della carta d’identità e della scheda elettorale del votante, anche quella dell’accompagnatore, poi occorre timbrare sulla scheda del votante ma in quella dell’accompagnatore no, e infine compilare l’apposito modulo riservato al voto di persone con handicap: è l’unica complessità della giornata, a parte il grattacapo di uno che aveva votato con la penna anziché la matita. Si contano i minuti prima delle 15, e c’è sempre qualcuno che vota all’ultimo istante: un ragazzo viene respinto al seggio a fianco, mi chiede “Posso votare al tuo seggio?â€. Subito lo spoglio, super – veloce perché c’è la gara a chi finisce prima: al posto della convenzionale estrazione e lettura scheda per scheda, tipica nel clima rovente dello spoglio dopo – ammistrative, c’è la semplice divisione del grande mucchio in quattro gruppi: Sì, no, bianche e nulle. Mi aspetto qualche scritta particolare nei nulli, non di certo come nei casi memorabili della scheda con in mezzo la fetta di salame oppure la foto del pazzo del paese, ma sempre qualche parola fuori dal comune: nulla di nulla, solo inutili doppie crocette, sul sì e sul no. Spogliata anche la seconda urna il mio compito termina qui, a parte di mettere qualche firma sui sigilli e di consegnare pacchi e paccotti delle schede votate, registri e schede non votate al Comune, lì a quattro passi. Il risultato finale è di 245 votanti, poco più di un quarto degli aventi diritto, disfatta, dunque, nel ragionamento fatto da
Leonardo: enorme la percentuale dei sì (219, pari a quasi il 90% sul totale dei votanti), com’era prevedibile, pochi gli indecisi. La relativa lentezza della segretaria, - derisa, per questo, pubblicamente da una collega dell’altro seggio - nella compilazione del registro ci fa arrivare terzi nel Virgilio alla consegna dei pacchi al Comune. Strette di mano finali, arrivederci alla prossima. Speriamo.
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Riccardo Galletti alle ore |
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mercoledì, 18 giugno 2003
IL GRANDE FLOP
Seconda parte: quello strano impiccio dei 50 ‘morti’…
Inizia il giorno più lungo: dalle 8 fino alle 22 chiuso in un afoso bunker, a mettere firma e qualche timbro. Giunto presso le scale del Virgilio, subito vengo ammonito dalla presidente: “E il ventilatore?â€. Inutile ogni scusante circa le condizioni non proprio perfette dell’apparecchio o le sue modeste dimensioni, che a malapena basterebbero a rinfrescare una persona: ogni promessa è promessa, e va rispettata. Torno indietro, accompagnato da Antonio; al ritorno già i primi votanti, il solito gruppetto di anziani già in piedi alle cinque di mattina. Imparo in fretta quelle poche, meccaniche azioni tipiche dello scrutatore: a me spetta la registrazione della componente maschile dei votanti del seggio. Sfoglio il registro, e fra l’elenco dei nomi ritrovo qualche conoscente, tra gli altri, a sorpresa, proprio Luca Di Ciaccio, Ludik. A dir poco tragicomico lo status del giovane, registrato come “Bambino in età prescolare – nessun titoloâ€. Ma non è l’unico errore, c’è una sfilza di persone che non hanno un titolo di studio, o registrati come scolari, pur essendo da anni padri di famiglia. Assurdi i casi di un ingegnere con la licenza elementare e di un odontoiatra senza laurea. Idem per le donne: moltiplicate per i 17 seggi del comune e troverete una lista elettorale aggiornata ad un quindicina di anni fa, se tutto va bene. Tranne i decessi, ovvio, quelli vanno riscontrati subito. Il tempo, anche se lentamente, passa, tra una chiacchierata e l’altra: bassissima l’affluenza nelle prime ore della mattinata, “con questo caldoâ€, dico, “saranno andati tutti al mareâ€. La noia comincia a farsi sentire: mi prendo un caffè, una passeggiatina nel corridoio, poi mi diletto a far statistiche sui votanti. Il più anziano, la più giovane, il numero dei votanti all’estero. Ma a colpirmi è il timbro alla fine del registro, indicante 430 votanti maschi, 21 di meno di quelli indicati dalla presidente. Un dubbio mi assale: “Ma non è che abbiamo contato male i votanti?â€. E dato che io i cavoli miei non me li faccio mai, registro delle donne in mano, metto alla prova la presidente: “Katia, quanti votanti abbiamo?â€. “1015â€. “Donne?†“564â€. “No, qualcuna in meno†ribatto, mostrando la cancellazione dall’elenco di una elettrice, morta a maggio. Katia non parla. Le mostro il timbro in calce all’ultima pagina col numero definitivo degli aventi diritto al voto, dopo aver depennato i votanti all’estero e, appunto, i morti. “I mortiâ€, ripete la presidente, mani al volto, disperata. Aveva commesso un errore. Un grave errore: avevamo vidimato schede per 1015 persone, non per 965. Avevamo contato anche i “mortiâ€, come se questi potessero uscire dalle loro tombe, farsi un girettino al seggio, presentare la tessera elettorale e votare. Banale errore di distrazione, ma imperdonabile tenendo conto degli anni di esperienza della presidente. Seguono minuti di ansia, di frenetica correzione di numeri nei registri: il tutto si risolve. Un po’ mi pento del mio gesto, poi cerco di calmare le acque: “Prima o poi sarebbe venuto a galla. Meglio oggi che domani, no? Eppoi non viene nessuno a votar